Nella sua vita quotidiana controlla il business delle banche, crea valore e reddito, ma quando il sole cala su viale Europa, Claudio Carofiglio si trasforma nell’instancabile direttore generale della Pirossigeno Cosenza Basket. Lo incontriamo nel suo quartier generale, nella pancia del bellissimo PalaPirossigeno, tra scartoffie digitali e agenda degli appuntamenti sempre in progress. E con gli occhi pronti a illuminarsi quando si parla di palla a spicchi.
Claudio, banca e basket: due mondi opposti. Cosa hai portato qui con te della tua vita professionale?
«La precisione. In banca, un errore di zero virgola può creare caos. Nel basket è uguale: il ritardo in una chiamata, il dettaglio trascurato con lo staff, e il progetto vacilla. Ma qui aggiungiamo qualcosa che i conti non hanno: anima e passione».
Sei stato definito un organizzatore nato: cosa significa per chi dirige una società nuova di zecca?
«Vuol dire trasformare visioni in squadre. Quando abbiamo scommesso sul progetto, sapevamo di dover creare tutto: dal settore giovanile alla scelta delle divise. La mia forza? Mettere le persone giuste attorno a un tavolo. Come quando ho convinto Gaetano Piro a intraprendere questa strada insieme. E poi i miei tre “pazzi amici” (Fabio Lorenzi, Davide Durantini e Marco Adamo, rispettivamente ds, tm e delegato alla comunicazione della Pirossigeno). E il mitico Prof Tonino Lorenzi. E Simone Ginefra. Non serviva un discorso, ma la prova che stavo facendo sul serio».
Qual è stato il momento più difficile finora?
«Fondere due anime: l’entusiasmo da startup sportiva e il rigore di un’azienda. Volevamo Manu Gallo come allenatore, ma dovevamo dimostrargli che non saremmo stati l’ennesimo progetto estivo. Volevamo Simone Ginefra per dare esperienza alla nostra giovane squadra, ma dovevamo convincerlo a lasciare la serie B per la D con gesti concreti. Ho passato moltissimo tempo a studiare ogni mossa, a trasmettere fiducia nel progetto agli interlocutori, a cercare di programmare a 5 anni e non a 5 mesi».
La scelta di Simone Ginefra: perché un playmaker di 42 anni?
«(Sorride) In banca, quando un cliente ha bisogno di fiducia, gli affianchi un consulente con 20 anni di esperienza. Ginefra è quel consulente per i nostri ragazzi. Sa leggere il gioco come io leggo un rendiconto: vede debiti e crediti nel campo. E ha quel carisma che nessun dato statistico è in grado di misurare».
Com’è il rapporto col tuo staff, Fabio Lorenzi (DS) e Davide Durantini (TM)?
«Fabio è il mio punto di riferimento tecnico: quando parla di un ragazzino under, ne prevede il potenziale come un analista finanziario prevede un trend. Davide è l’antidoto alla mia rigidità: trasforma i miei piani in emozioni. Insieme siamo un conto corrente: io tengo i saldi, loro fanno gli investimenti».
Cosa ti aspetti dalla prima stagione?
«Non misureremo il successo dai punti in classifica. Ma da quanto entusiasmo riusciremo a suscitare in città, in provincia. Da quanti ragazzi verranno ai nostri campus, da quanti genitori ci diranno “mio figlio torna a casa con gli occhi pieni di luce”. Costruiremo un modello in cui Cosenza non sia solo una tappa, ma una casa. Come quella che ho trovato io, da bancario “prestato” al basket».
Hai già un sogno baskettaro nel cassetto?
«In realtà ne ho due. Vedere un nostro under salire su un aereo per Milano o Bologna perché un grande club l’ha voluto. E poi riuscire a portare i colori rossoblù nell’olimpo del Basket. Sarebbe il miglior estratto conto della nostra storia».