Se la Pirossigeno Basket fosse un’orchestra, Davide Durantini sarebbe il direttore d’orchestra che conosce ogni strumento.
Cestista dalla culla (“Mio padre mi mise un pallone nella culla invece del peluche” scherza), oggi è il team manager della squadra che sfiderà la Serie D e delle formazioni Under. Lo incontriamo tra una telefonata e l’altra, un mucchio di tabelle di marcia sparse sulla scrivania, uno schizzo tattico che spunta dalla tasca dello zaino… e la sua irrefrenabile voglia di scherzare!
Davide, partiamo da una curiosità: è vero che il tuo primo pallone era più grande di te in fasce?
A un anno già palleggiavo nel corridoio di casa. Quel pallone era il mio ciuccio. È una storia d’amore che dura da un po’ di anni: oggi scendo ancora in campo, e l’ho già vissuta anche da dirigente. Il brivido è identico…
In concreto, cosa fa il Team Manager della Pirossigeno?
Traduco le richieste del nostro direttore sportivo. Se Fabio Lorenzi mi dice: ‘Serve un playmaker con queste caratteristiche’, mi metto all’opera. In questa fase iniziale, il lavoro è davvero tanto. Anche semplicemente che il PalaPirossigeno sia a posto per l’inizio di stagione…
Il sodalizio con Fabio Lorenzi: come funziona?
Ci conosciamo da una vita. Abbiamo iniziato a giocare insieme nella palestra di via Roma, a Cosenza. Avevamo 6 anni, la palestra aveva un canestro e il tetto in discesa, ma c’era grande entusiasmo grazie a due personaggi storici e fondamentali. Il nostro allenatore era il prof Tonino Lorenzi, che ci ha insegnato tutto, e il presidente era Angelo Durantini, mio nonno, primo presidente di una squadra di basket a Cosenza. Peccato che non ci sia più… Insomma, il connubio Lorenzi/Durantini torna dopo decenni per creare di nuovo qualcosa fatto sempre di passione, impegno e competenza. Fabio ha l’occhio clinico del talent scout, io ho la lista dei contatti e il calendario in testa. Lui mi indica la stella polare – ‘Vogliamo una squadra aggressiva, giovane ma con 2-3 veterani’ – e io studio la rotta. Ci sentiamo ogni giorno: un tormento (ride). La nostra forza è quella di fidarci ciecamente l’uno dell’altro.
Un esempio pratico di queste settimane?
Stiamo costruendo un gruppo coeso, non una collezione di nomi. Cerchiamo giocatori disposti a diventare fratelli maggiori per i giovani. Per questo stiamo puntando su uomini come Simone Ginefra: sa cosa significa vestire questi colori. E sì… qualche telefonata per un lungo la stiamo facendo. Ma non chiedetemi nomi: con Fabio abbiamo il patto del silenzio. Siamo più chiusi di una cerniera lampo!
E il rapporto con la dirigenza: il vicepresidente Gaetano Piro, il direttore generale Claudio Carofiglio…
Con Gaetano siamo amici. Questa avventura ci ha visto partire con grandissimo entusiasmo. Un contagioso entusiasmo. Claudio? Mi ricorda che ci sono i conti a cui badare e le scadenze da rispettare. Ma è proprio questo il bello: siamo complementari. Loro guardano al futuro, io e Fabio viviamo nel presente agonistico. Siamo continuamente in contatto. Tutti. A qualsiasi ora. Anche alle 2 di notte, siamo tutti online! (Mostra un gruppo WhatsApp).
Cosa rende speciale questo progetto?
La purezza delle intenzioni. La voglia di fare basket seriamente. Abbiamo genitori che ci affidano i figli, e una città e tanti appassionati che vogliono tornare ad amare la pallacanestro e a viverla in maniera entusiasmante. E uno dei miei compiti è far sì che tutti i ragazzi vengano ad allenarsi e trovino una seconda famiglia.
Una qualità che cerchi in un giocatore?
L’umiltà di sporcarsi le mani. Preferisco un ragazzo con meno talento ma che sappia chiedere ‘scusa’ dopo un errore, piuttosto che un fenomeno che scarica la colpa sugli altri. La Serie D è un campionato di sudore, non di stelline. Ma questa regola vale anche per tutte le categorie Under. Il campionato di serie D lo conosco bene. L’ho vinto 8 volte da giocatore e dirigente, e il denominatore comune di queste vittorie è stato creare un gruppo, ecco perché questo è il mio principale obiettivo.
Svelaci un retroscena di queste settimane…
Me li tengo per me (ride), ma qualcosa voglio dirtela. Abbiamo tantissimo entusiasmo e un desiderio che condividiamo: non stiamo costruendo una società, ma una casa del basket.